La Sardegna restituisce l’anello mancante tra Dea Madre e Dio Toro?

NOTA: ci tengo, prima di ogni cosa, a ringraziare l’associazione ARCHEOURI VAGANDO, che da sempre mi fornisce preziosissimi aiuti e senza il cui supporto questo articolo non sarebbe mai nato.

Il termine anello mancante (missing link in inglese) è nato nel XIX secolo quando conobbero grande sviluppo le teorie evoluzionistiche, in primis quella di Charles Darwin.

In quel caso specifico si riferiva alla ritrovamento, che mancava e tuttora manca,  di un fossile intermedio tra i primati meno evoluti e l’Homo Sapiens.

Il termine ha poi conosciuto diffusione anche in altri ambiti, diventando di uso comune.

Nell’analisi del culto doppio che si è sviluppato in pieno neolitico in tutto il bacino del Mediterraneo, io stesso ho cercato l’anello mancante, la prova del legame fortissimo che univa la Dea Madre al Dio Toro, almeno dal punto di vista simbolico.

Se infatti erano numerosissime le testimonianze (statue, alto e basso-rilievi, affreschi, forma della piante delle tombe e templi, ecc) che provavano l’esistenza del culto legato sia alla Dea Madre che del Dio Toro, mancava un quid che li legasse in maniera definitiva.

Pensavo di aver trovato tale prova negli enigmatici affreschi rinvenuti nel sito anatolico di Çatalhöyük, riportati nelle relazioni dell’allora archeologo inglese James Mellaart, e che avevano ispirato anche i lavori di eminenti studiosi come l’archeologa Marija Gimbutas.

L’anello mancante era dato dal presunto dipinto ritrovato nel Tempio A.III/11.

tempio-catal

Sono riconoscibili le sagome di ben 7 dee, e presentano forme che immediatamente rimandano alle piante dei templi maltesi: la testa ‘trilobata’ delle dee centrali è addirittura identica all’ultima stanza del tempio di Tarxien.

Ma l’aspetto che più intrigava di tale immagine è che nelle dee raffigurate nella fila centrale sono ben evidenziati sia la forma del feto (in quella centrale e in quella sotto) sia il triangolo pubico e gli apparati riproduttivi (in tutte e tre), con tanto di utero, ovaie e tube di falloppio

L’immagine è relativa però alla ricostruzione della parete, effettuata proprio da Mellaart.

Era quindi opportuno, per verificare la sia pur autorevole fonte, avere una immagine originale della parete stessa: e qua iniziavano i problemi …

Non esiste nessuna immagine originale della parete dalla quale poi Mellaart avrebbe effettuato la celebre ricostruzione!

Ho contattato il sito ufficiale relativo agli scavi, ancora in atto, ma non ho ottenuto nessuna risposta se non quella di consultare gli archivi on line, nei quali ovviamente non si trova la famigerata immagine.

Sono anche capitato in un articolo scritto da Marla Mallet, una studiosa di simboli, archetipi e decorazioni antiche, che screditava senza ombra di dubbio il lavoro effettuato da Mellaart.

Qua trovate l’articolo:

http://www.marlamallett.com/chupdate.htm

Ebbene ho contattato direttamente Marla che  ha confermato la truffa di Mellaart ai danni di tutto il mondo accademico, e le l’immagine era senza dubbio inventata di sana pianta.

In effetti l’archeologo era stato al centro di diversi scandali legati ai suoi lavori che addirittura gli avevano inibito l’accesso in Turchia.

Perchè tutto questo? Forse proprio perchè Mellaart, che aveva studiato il culto della Dea Madre, e i vari ritrovamenti effettuati in tutto il Mediterraneo, voleva proprio ‘creare’ la prova del legame tra le divinità del culto antico, un po’ come era stato fatto per il missing link darwiniano, creando ad hoc uno scheletro di ominide usando parti di umano e di orango tango, nell’anno 1912.

A questo punto cosa poteva subentrare: sconforto? Assolutamente no …

Il legame tra la Dea Madre e il Dio Toro esiste in ogni caso e può essere riassunto con una sequenza logica di questo tipo:

La Dea Madre è la padrona assoluta del Pantheon del culto antico;

La sua capacità divina di procreare, replicando in terra il miracolo della Creazione, le da questo privilegio ;

Il fulcro di tale prerogativa, ossia l’apparato riproduttivo, è del tutto somigliante alla testa di un toro;

Il toro è allo stesso tempo simbolo di virilità, oltre che di grande aiuto per il lavoro nei campi;

Questo rende il toro divino, e lo pone accanto alla Dea.

E così nasce il simbolo della protome taurina, presente in maniera ossessiva in molti siti neolitici, specie in Sardegna dove l’ipogeismo ha prosperato e sono numerosissime le testimonianze.

Ma, se proprio si ha la necessità di avere un missing link, ancora la Sardegna ci da una preziosa mano.

Osservate questo bassorilievo rinvenuto in una domus de janas nella necropoli di Mesu e Montes, nei pressi di Ossi (SS).

mesu_01

Da sempre questo bassorilievo è considerato enigmatico e di difficile spiegazione.

Ricorda le protomi taurine viste in molte altre domus, ma differisce dai canoni standard, specie per le due ‘colonnine’ laterali.

La personale ipotesi è la seguente.

La figura ricorda una M con al centro un grosso triangolo.

Il triangolo rappresenta il pube/grembo della madre.

Le ‘colonnine’ laterali sono le gambe della Dea.

È la stilizzazione di una donna pronta a partorire.

Questo tipo di immagine potrebbe anche essere legato al simbolo che in seguito darà origine alla lettera ‘M’ iniziale di Madre in praticamente tutte le lingue d’Europa/Mediterraneo

Possiamo quindi considerare questo incredibile bassorilievo l’anello mancante tra la Dea Madre, immortalata nell’atto di dare la vita, e la protome taurina, simbolo del Dio Toro.

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