Durante il Neolitico in tutta Europa ha trovato grande diffusione un antichissimo culto, forse il primo in assoluto, che ha lasciato numerosissime testimonianze scolpite nella pietra.

Questo culto era dedicato ad una figura dalle fattezze umane, tipicamente femminili, ma con caratteristiche morfologiche differenti da quelle che noi oggi idealizziamo: seni enormi, fianchi larghi e glutei prominenti sono contrapposti a braccia esili e stilizzate e a tratti distintivi del volto assenti.

Questa donna, questa Dea, rappresentava la fecondità, la predisposizione al parto, la capacità di nutrire la prole e quindi la facoltà di crescere la progenie.

La sua figura era però parte integrante del mondo antico, a stretto contatto con la natura, i suoi frutti, i suoi miracoli e i suoi cambiamenti; pertanto la Dea Madre era anche la Dea Natura, da adorare per garantirsi la presenza di acqua e cibo, da rispettare affinché fosse mantenuto il sacro ciclo di Nascita/Morte/Rinascita con tutte le sue manifestazioni come l’alternarsi delle stagioni, i cicli lunari e il loro ruolo nelle semine, le piante capaci di fiorire, dare i frutti, sfiorire e poi rifiorire e tutto quanto di magico e miracoloso poteva offrire il mondo antico.

Pertanto la donna, unica in grado di imitare la Natura con la miracolosa capacità di procreazione, veniva deificata; il suo ruolo nella comunità era di altissimo rilievo, e molte società risultavano matriarcali.

Tutto questo finché un’ondata di violenza ha cancellato il culto antico; o perlomeno ha tentato di farlo.

 

L’argomento viene ampiamente trattato nel libro “Misteri di un antichissimo culto – La Dea e il Toro”